La Storia

Nel Marzo ventoso e solatio della primavera del 1843 il silenzio della vetusta rocca di Campiglio fu rotto da stridenti colpi di pali di ferro.

Scoppi di “mine di polvere” e un gran vociare nell’avvolgente nube bianca riempivano l’antico “sacrato”. Trenta operai, in quel di 16 di Marzo, affrontavano, per abbatterlo, un torrione di difesa.

Il torrione saettava alto sul colle con i suoi 19 metri di altezza (esattamente m. 18,99) ed una quadratura di base di m. 6,33 di lato. Per più di 20 giorni infierirono a lungo, e con fatica, i colpi dei pali di ferro sullo spessore di m. 1,89 dei suoi muri, nella coesione della malta centenaria. Ai piedi del terraglio si accumularono gran parte dei sassi divelti e per un secolo non saranno più rimossi. I più grossi, rotolando per il pendio di Tavernelle, servirono a rafforzare l’antico tracciato “dla curta”, ora fagocitato.

“fu d’uopo levar l’intoppo” di quel torrione “prima di intraprendere l’area della chiesa nuova della rocca”. Così precisa nella relazione scritta per i posteri, nel 1845, don Pietro Malavolti, parroco “pro tempore, di S.Michele di Campiglio”.

La chiesa vecchia, posta sulle mura castellane, sul ciglio sud-est del colle poggiava sull’antico letto fluviale fluttuante su argille marnose; già era in precarie condizioni nel 1553 quando cadde la cappella del Rosario, ma all’inizio dell’800 (rettore don Andrea Vignoli) divenne veramente pericolante. L’instabilità del terreno su cui sorgevano i suoi muri, i vari rattoppi operati attraverso i secoli, portarono nel 1841 al crollo del coperchio del presbiterio, coperchio “ignorantemente operato” da mani di muratori inesperti, nel tentativo di rafforzamento.

Il principe Francesco IV d’Asburgo-Este, duca di Modena, ripetutamente implorato dal parroco don Pietro Malavolti, inviò a Campiglio “l’ingegnere di governo” Eugenio Vandelli, il quale stabilì che “la posizione più bella ed il luogo più resistente”, per l’erezione della chiesa, era la rocca.

La rocca dell’antico “castrum Campilii”, dopo le alterne vicende del suo secolare esistere, si presentava, nella primavera di quel 1843, “costruita su tre piani, con sotterranee cantine a “volta di pietra con archi”. I muri esteriori erano della larghezza di “oncie 18”.

Atterrati i muri interni, riempiti di terra e di rottami le cantine, ricostruito il muro di settentrione, la nuova chiesa faticosamente sorse tra errori, rabberciamenti e fatica per reperire i fondi. Purtroppo la convessità del coro fu appoggiata al torrione nord, attualmente unico superstite del guelfo castello dei signori Da Campiglio, frignanesi di progenie e di diritto.

Il 2 Maggio 1845, in un tripudio festante di sole e di folla, la chiesa fu benedetta; accoglieva, tra i suoi muri umidi ancora di calce e un pavimento posticcio, tutte le offerte e le speranze di una comunità e con esse l’instancabile servizio di un parroco che aveva fiaccato il suo fisico in un susseguirsi di reiterate suppliche e promesse non sempre mantenute, nell’attesa della volontà del duca.

Nel nudo coro, alto sopra l’altare, dalla sua cinquecentesca tela, la spada dell’arcangelo S. Michele, nella luce di quel mattino fiorito di primavera, splendeva vittoriosa sull’antico tentatore e su tutte le miserie umane. Don Pietro Malavolti, primo rettore della nuova chiesa parrocchiale, dopo 34 anni di servizio morirà nel 1870. Gli succederà per 8 anni don Nicola Reggiani e, col 1879, don Francesco Vandelli, già mansionario del duomo di Modena.

Per 42 anni questo colto cittadino “modenese”, con zelo indefesso e con straordinaria carica di umanità, fece della comunità campigliese una forza propulsiva di associazione e di coesione che si manterrà indenne per decenni. Al suo impegno dobbiamo la scalinata datata 1882, l’attuale cimitero (il vecchio cimitero, adattato al tempo del grande colera secentesco, era lungo la strada comunale del monte Rangoni, quasi ai piedi di ca’ dei Mondani), le cappelle della navata destra. Don Carlo Muzzioli, nel 1921, ne raccolse l’eredità per 7 anni; operò per il rifacimento del pavimento del presbiterio, per la tinteggiatura della facciata della chiesa e per la costruzione di una nuova sagrestia (la vecchia era incorporata in un piano del torrione).

La morte lo colse nel Dicembre del 1928.

Dopo di lui, don Enrico Morini, da Formigine, per 12 anni fu nuovo parroco. Metodico e molto ordinato, don Morini curò con zelo la preparazione catechistica dei ragazzi in età scolare; fece riordinare l’archivio e gli antichi paramenti; valorizzò con accorgimenti e sollecitazioni le numerose festività religiose con tridui di preghiera, con notevoli apparati esteriori di grande effetto e con la presenza sempre di organista, cantori e campanari provetti. Adattò a campanile un superstite torrione sopraelevando la possente base quadrata con una cella adeguata per le antiche campane e sul tetto una cuspide svettante; cinse il perimetro del piazzale prospiciente la chiesa con alberi, gli immancabili spaccasassi che affondarono le loro radici nel medioevale “cimiterio”. All’impegno costante di don Morini dobbiamo la lodevole decorazione interna della chiesa, per opera del pittore Morselli Ferdinando, di Formigine nonché l’ornato della cappella del cimitero.

Nell’intenso fervore di partecipazione ecclesiale, di vita associativa ed operosa, di tradizioni e di consuetudini, dalla comunità cattolica campigliese di quei decenni ben tre giovani partirono per il seminario diocesano e diventarono sacerdoti:

Don Antonio Costanzini, ora parroco di Freto e S.Pancrazio

Don Ennio Ori, canonico della parrocchia di Medolla

Don Casimiro Bettelli, poeta e saggista insigne.

La morte giunse per don Morini nell’Aprile del 1941, quando la crudezza di una stolta guerra cominciava a far sentire i suoi artigli cruenti. Nell’autunno dello stesso anno don Valentino Corradini, da Magreta, già cappellano a Nonantola e a Montese, prese possesso della parrocchia in un clima di speranzosa giovinezza. Gli anni che seguirono videro il giovane parroco coinvolto in eventi funesti che il furore della guerra seminava ovunque, sulle persone e sulle cose. Seguì l’intenso ritmo della ricostruzione post-bellica. Nella ventata di ideologie e di miti, di trasformazioni e di cambiamenti, di nuovi insediamenti e di nuove attività lavorative, una sofferta, tormentata, combattuta decisione fu presa da don Corradini.

Il baricentro della parrocchia fu spostato ed ebbe nella grande piana di Pratomavore una nuova chiesa ed una nuova intitolazione: “parrocchia dei Ss. Michele e Gabriele Arcangeli, di Campiglio di Vignola”.

La chiesa ottocentesca di S. Michele Arcangelo, che il duca di Modena, Francesco IV “arciduca d’Este” volle e finanziò, rimane sull’antico colle, guardando il sole del mattino, e compie 150 anni. Rafforzata, risanata e ritoccata con il contributo di enti bancari, di estimatori e di generosi figli attenne ancora altri necessari interventi, altre prestazioni, altri aiuti, purchè il sacrificio dei padri non sia vanificato, ma possa perdurare nel tempo e nei cuori.

Don Valentino Corradini, parroco “pro tempore” da 54 anni, in un record straordinario di vitalità, di lavoro e di cambiamenti, sorride, umilmente compiaciuto.

“ad multos annos”, don Corradini!

“ad multos annos”, nostra chiesa!